Il benessere animale

 

Giovedì 29 gennaio, nella bella cornice della Sala Napoleonica di Palazzo Greppi, a Milano, si è tenuta la presentazione di un corso di perfezionamento sul tema:

Benessere dell’animale da laboratorio  ed animal care“.

Mentre l’instancabile macabra fantasia di chi vede solo malvagità nell’essere umano, dipingerebbe l’immagine di un mattatoio (anzi, delle camere a gas di Auschwitz, visto il rispetto di certi animalisti verso le vittime dei lager), i relatori di questa interessante mattinata hanno esposto tre concetti basilari per la scienza e per l’etica:

  • La necessità di ridurre il numero e il disagio degli animali utilizzati in ricerca.
  • La necessità di migliorare la qualità degli esperimenti.
  • La necessità di comunicare con il pubblico in modo più immediato e comprensibile.

Ora, non voglio fare nomi (anche se ce n’erano di grossi) perché non contano tanto questi, quanto i concetti espressi e i chiarimenti esposti, e proprio questi ultimi sono quelli che cercherò di spiegare.

Anche i ricercatori hanno un’etica. L’idea che si divertano a “torturare” animali è del tutto demenziale; al contrario, sono tutti interessati ad evitare loro eventuali sofferenze, in parte per una propria sensibilità, e in parte perché è necessario per l’esito della ricerca.
Se l’animale soffre quello che misuriamo è la sua sofferenza, e non quello che vogliamo misurare.
Quindi il ricercatore ha bisogno di un animale sereno.
Non solo, ma è necessario che l’ambiente in cui gli animali vivono sia standardizzato, che risponda a requisiti analoghi in ogni luogo al mondo.
In questo modo anche i test fatti in altre parti della Terra saranno più facilmente riproducibili e verificabili.

(sì, questo lo voglio dire chiaramente, se qualcuno vuole convincerti che un ragazzo o una ragazza, che possono essere i nostri figli, vadano a scuola fino a 25/30 anni per poi ambire a fare del male agli animali, senza scopo alcuno, allora è o, crede che tu sia, un perfetto cretino.)

Un’altra interessante osservazione che è stata fatta a riguardo, citando le 3R (regole nate mezzo secolo fa e che da allora ispirano sempre più profondamente la cura di questi animali a cui dobbiamo tanto), è che bisogna trasformare l’ispirazione etica in opportunità scientifica, prendendo spunti per approfondire le tematiche alternative, perché il principio della scienza è quello di andare oltre, e non accontentarsi mai.

A questa riflessione si allaccia la seconda necessità a cui ho accennato: quella di migliorare la qualità degli esperimenti.
Sì, perché quando leggete che questo o quell’esperimento sui topi (ad esempio) ha dato risultati diversi sull’uomo, leggete di uno dei problemi reali degli scienziati, la traslazione dei dati dall’animale all’uomo. Questo è un compito complesso, che i ricercatori svolgono sfruttando tutta l’esperienza acquisita anche indirettamente.

[Apro una piccola parentesi. Quando i detrattori dicono che queste esperienze sono fallimentari sbagliano di grosso, perché è come tirare un filo di mille km. per accendere una lampadina, basta  l’interruttore guasto e non si accende, ma non significa che il filo sia inutile e che si debba tornare alle candele finché qualcuno non inventa la “luce senza fili”, significa che bisogna riparare anche l’interruttore.]

In questo caso la ricerca sui metodi alternativi avanza, spinta proprio dagli scienziati che conoscono i limiti della SA e cercano altri strumenti da affiancare.
Le ricerche fatte con cellule umane sono sempre di più, e anche quelle con i tessuti umani.
Anche se si è lontanissimi dal cantare vittoria, i test in vitro con cellule e tessuti umani danno importanti informazioni, ma rimane molta più distanza tra il “vitro” e l’uomo che non tra l’animale e l’uomo, e solo combinando entrambe le tecniche di ricerca  sarà possibile fare passi avanti.
Un esempio che si può fare è quello della molecola che attacca il cancro (è una semplificazione che fa lacrimare gli occhi, ma può aiutare 😦 ). Se prendiamo delle cellule del tumore di una persona e le mettiamo su una piastra di Petri (quei dischetti che contengono gli intrugli dei ricercatori e che sembrano tutti uguali), poi le mettiamo a contatto con una molecola antitumorale, vediamo che in breve tempo il tumore viene aggredito dappertutto. Se invece analizziamo lo stesso tumore ancora nel corpo della persona, vediamo che le molecole somministrate si perdono prima di attaccare il tumore e solo una parte di esso viene attaccato dal farmaco.
Ecco, senza un organismo intero non si può scoprire come portare quella molecola a contatto con il tumore da colpire (e quanta ne occorre, e che effetti ha sui reni, sul fegato, sul cervello, e mille altre cose che un animalista ideologizzato non capisce o non vuole capire).

 

Terzo argomento: la comunicazione.

Quando si ascoltano due ricercatori che si spiegano le rispettive ricerche sembra di sentire parlare un’altra lingua e i poveri cristi come noi si devono rassegnare a stare fuori dal discorso.

O MAGARI NO!

Anche di questo si parlava. Non solo dell’importanza di insegnare il pensiero critico ai ragazzi, già nelle scuole inferiori, per farli crescere con la capacità di ragionare in modo autonomo, senza facili influenze, ma anche di adottare un linguaggio più semplice per comunicare, anche a chi non ha una formazione scientifica, dei concetti altrimenti incomprensibili.

La gente ha il diritto di comprendere che cosa avviene dietro le quinte della ricerca, altrimenti questo vuoto viene riempito dalle invenzioni dei detrattori, dei ciarlatani, dei demagoghi, degli illusionisti.
Quindi è indispensabile sostituirsi a Le Iene e a Striscia La Notizia nel compito di fornire informazioni scientifiche.

 

A conclusione della presentazione una citazione dal mondo dell’arte:
“Non giudicare sbagliato ciò che non conosci, prendi l’occasione per comprendere” (P. Picasso)

Seriously

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